Condanna Cedu su tortura: Sappe: “Carceri non sono luoghi di tortura: polizia penitenziaria e’ istituzione sana”

“La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia su alcuni gravi fatti accaduti nel carcere di Asti nel 2004, ossia 13 anni fa, e lo ha fatto perché non esisteva alcuna disposizione giuridica che consentisse ai giudici di classificare il trattamento denunciato da due detenuti come tortura. Non intendo in alcun modo fare difese corporative. Anzi, sono il primo ad affermare che chi commette reati indossando una divisa lede in maniera devastante l’immagine di serietà e professionalità che ha sempre contraddistinto il Personale di Polizia Penitenziaria. Fermo restando che deve essere valido per tutti il principio che una persona è colpevole solamente dopo una condanna definitiva passata in giudicato, ribadito che il SAPPE confida sempre nell’operato della magistratura, è del tutto evidente che la responsabilità penale è personale e chi si è reso responsabile di gravi reati, una volta acquisite le prove certe e inequivocabili ed un giudizio inappellabile di condanna, ne deve pagare le conseguenze anche in relazione all’appartenenza al Corpo di Polizia Penitenziaria, che è una Istituzione sana”. Lo dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, commentando le recenti pronunce della Corte europea dei diritti umani su episodi di tortura in Italia. “Dare l’idea di un carcere indistintamente luogo di violenza e tortura è sbagliato, deleterio ed ingiusto nei confronti di coloro che nel carcere sono l’ultimo baluardo di legalità, come le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in un contesto assai complicato e disagiato. Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze. Eppure ci si guarda bene dal dare il giusto rilevo a questi drammatici ed inquietanti dati, se non altro perché aiuterebbero a far conoscere la professionalità, l’attenzione, lo spirito di servizio e l’umanità delle donne e degli uomini del nostro Corpo di Polizia. Le colpe, personali e individuali, di pochi e isolati elementi, non possono e non devono essere strumentalizzate a discapito delle decine di migliaia di poliziotti penitenziari onorati, leali e fedeli servitori dello Stato!”.