‘Ndrangheta: Operazione della Polizia di Stato e della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria

redazione

La Polizia di Stato di Reggio Calabria ha eseguito una vasta operazione  coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 65 ordinanze di custodia cautelare, di cui 53 in carcere e 12 agli arresti domiciliari per i reati di associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta, nonché di scambio elettorale politico mafioso.

Le indagini dei poliziotti della Squadra Mobile e del Commissariato di P.S. di Palmi, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo – e con il concorso degli equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine e delle Squadre Mobili di Milano, Bergamo, Genova, Vicenza, Novara, Lodi, Pavia, Ancona, Pesaro Urbino e Perugia – sotto le costanti direttive del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano PACI e del Sostituto Procuratore Giulia PANTANO della locale Direzione Distrettuale Antimafia – documentano l’esistenza in Sant’Eufemia d’Aspromonte [RC] di una struttura associativa di ‘ndrangheta che opera funzionalmente alle dipendenze del più affermato e risalente locale di ‘ndrangheta di Sinopoli [RC] e territori limitrofi facente capo alla potente cosca Alvaro. Dal focus delle indagini incentrate sul territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte è emerso che in seno al locale eufemiese in cui coesistono almeno tre diverse fazioni – quello dei Cannizzaro, quello riferibile a “u diavulu”  e quello riconducibile ai Laurendi- alla fine del 2017 e nel 2018 si registrò una spaccatura interna. Due articolazioni mafiose, l’una facente capo ai LAURENDI e l’altra a IDÀ, erano sostanzialmente entrate “in guerra fredda” tra loro, nel tentativo di prendere l’una il sopravvento sull’altra, ricorrendo a continue affiliazioni [soprattutto irregolari, allequali aveva proceduto la frangia contrapposta a quella del LAURENDI] che miravano adimplementare l’organico, con la finalità ultima di imporre ciascuna la propria linea strategica criminale ed acquisire, pertanto, maggiore peso criminale nell’ambito dello stesso locale.

La corsa sfrenata ad affiliare nuovi ‘ndranghetisti, oltre a consentire nei fatti l’ingresso nel locale di ‘ndrangheta di soggetti non sempre ritenuti idonei sotto il profilo criminale o, comunque, non dotati dei requisiti di affidabilità necessari, creò non pochi disordini interni e l’insorgere di malumore, soprattutto all’interno dello schieramento capeggiato da LAURENDI che non tollerava non solo l’irregolarità delle affiliazioni effettuate dall’altro gruppo, ma anche il fatto che queste fossero state poi sostanzialmente convalidate dal boss LUPPINO.

Il gruppo laurendiano esercitò, infatti, non poche pressioni affinché i vertici del locale, custodi delle regole inviolabili dell’onorata società  prendessero una posizione ferma e rifiutassero di ratificare gli irregolari riti di affiliazione operati dalla frangia opposta.

Contrariamente agli intendimenti dei laurendiani, all’interno del locale fu piuttosto effettuata una scelta di compromesso che prevedeva, da una parte, la regolarizzazione dei riti già eseguiti, ma nel contempo il divieto di effettuarne di ulteriori, attraverso la fissazione di una sorta di periodo di sospensione. La decisione adottata dagli anziani del locale circa le irrituali affiliazioni determinò la reazione furibonda dei LAURENDI che, sostenuto dai suoi più vicini sodali, officiò alcuni “battezzi” e ne programmò altri, pretendendo l’assenso anche successivo da parte degli altri primari del locale, al fine di restituire equilibrio tra le due frange mafiose, fino agiungere a meditare una scelta ancora più dirompente, come la creazione di un banco nuovo e il rimescolamento delle cariche con equa ripartizione tra le due anime interne della cosca.

L’idea era anche quella di creare un nuovo locale di ‘ndrangheta indipendente dagli ALVARO imperanti a Sinopoli, che potesse ottenere il riconoscimento del Crimine di Polsi.

Le risultanze dell’indagine offrono uno spaccato estremamente chiaro e danno l’immagine concreta dell’esistenza ed operatività in Sant’Eufemia d’Aspromonte di un’organizzazione mafiosa pericolosissima ed efferata, che ha la disponibilità di un elevato quantitativo di armi anche da guerra; che ha compiuto in passato plurimi omicidi; che compie atti didanneggiamento; che traffica nel settore della droga (sia cocaina che marijuana); che controlla capillarmente il territorio, anche attraverso l’imposizione di estorsioni agli imprenditori; che ha una sua propaggine in Lombardia, nel Pavese,  nonché in Australia dove è presente un locale di‘ndrangheta, dipendente direttamente dalla casa-madre calabrese. Le intercettazioni hanno invero consentito di captare alcuni dialoghi da cui emergeva che un arrestato, in passato, sarebbe andato in Australia per risolvere il problema della spoliazione di un suo zio (che aveva commesso una trascuranza) all’interno del locale, ma il progetto sarebbe fallito perché il parente sarebbe stato comunque sanzionato, sebbene non fosse stato espulso dai ranghi della ‘ndrangheta. È anche emerso dalle indagini che i vertici del locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte partecipavano alle decisioni più importanti da adottare nel locale in Australia.

 

Il locale di ‘ndrangheta eufemiese dipende funzionalmente, come detto, dalla vicina cosca degli ALVARO, alla quale tributa onori e riconoscimento oltreché sottomissione gerarchica; ha instaurato forme di utilitaristica interazione con consorterie di diversa matrice mafiosa; ha infiltrato con propri uomini anche la cosa pubblica, ossia il Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, sul quale esercita influenza e governa le attività economiche imprenditoriali.

 

Le indagini hanno consentito di verificare come ancora oggi i cerimoniali continuano ad esistere, così come i riti arcaici e la fascinazione del linguaggio dei sodali. Tutto questo continua ad essere a Sant’Eufemia d’Aspromonte punto di forza della organizzazione ‘ndranghetistica, moderna ed antica ad un tempo, dotata di un fortissimo senso di identità, di impermeabilità dall’esterno e di appartenenza, caratterizzata da una rigida gerarchia quasi di tipo militare. Gli esiti delle intercettazioni descrivono l’organizzazione mafiosa in esame come ammantata di sacralità e di rituali. Molteplici sono le riunioni e gli incontri monitorati dagli investigatori della Polizia in cui si discuteva di cariche, di gradi, di cerimonie, della formazione di un banco nuovo, della creazione di un nuovo localeautonomo dalla cosca ALVARO che necessitava, per la sua costituzione e legittimazione, della benedizione del Crimine di Polsi. I vari protagonisti discutevano dei gradi della ‘ndrangheta, usando termini quali “santa”, “camorrista”, “vangelista”, “sgarrista”, “capo locale”, “contabile”. Gli ALVARO, tuttavia, al di là della spinta autonomista palesata dai laurenziani nel corso delle attività di indagine, continuano a controllare anche Sant’Eufemia d’Aspromonte e fanno sentire forte la loro voce.

L’azione della‘ndrangheta è risultata talmente pervasiva da essere riuscita a collocare propri rappresentanti ai vertici dell’Amministrazione Comunale. Ed invero, con il ruolo di capo, promotore ed organizzatore dell’associazione mafiosa è stato colpito dalla misura cautelare della custodia in carcere il Vice Sindaco, alias “u diavulu”, artefice di diverse affiliazioni che avevano determinato, come detto in precedenza, un attrito molto forte con le altri componenti del locale di ‘ndrangheta eufemiese e l’alterazione degli equilibri nei rapporti di forza tra le varie fazioni interne allo stesso.

Nell’inchiesta si innestano anche – e questo denota la particolare pericolosità del sodalizio criminoso – altri inquietanti episodi che comprovano il totale asservimento di alcuni esponenti politici alla ‘ndrangheta eufemiesee degli ALVARO. Il Sindaco del comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, nel coltivare e realizzare il progetto di candidarsi e vincere le ultime elezioni regionali [gennaio 2020], si era rivolto alla‘ndrangheta, ovvero ai LAURENDI – che si era subito detto disponibile a sposarne l’iniziativa politica che avrebbe portato il candidato ad essere eletto Consigliere Regionale.

Ciò che emerge chiaramente dalle indagini è che per motivi di strategia e di opportunità, si era quindi statuito che il sindaco evitasse frequentazioni o anche il semplice accompagnamento con soggetti notoriamente inseriti nell’ambiente della criminalità organizzata e portasse avanti una campagna elettorale sobria. L’intendimento però non era quello di chiudere le porte alla ‘ndrangheta, il cui bacino di voti avrebbe potuto fare la differenza con gli altri candidati, tanto che si era pensato non di rinunciare a quel tipo di sostegno, quanto di delegarne la richiesta ad intermediari che, in quanto meno esposti pubblicamente, avrebbero potuto relazionarsi, dando meno nell’occhio, con gli ambienti mafiosi.