Oppio, il 96% della produzione mondiale in Afghanistan

Domenico Silvestri

193.000 ettari di coltivazioni, il 17% in più rispetto al 2006, una produzione media di 42,5 Kg per ettaro (contro i 37 kg dello scorso anno) per un totale di 8.200 tonnellate di oppio (il 34,4% in più del 2006). Sono questi i numeri in base ai quali l’Afghanistan – lo riferisce il rapporto annuale sulla produzione dell’oppio stilato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) – può praticamente considerarsi l’esclusivo fornitore mondiale di questa sostanza. “Oggi la sua produzione copre il 96% del mercato mondiale degli oppiacei – spiega il direttore dell’UNODC, Antonio Maria Costa -. E questo record si deve in particolare alle province del Sud-Est. Escludendo la Cina nel XIX secolo, che peraltro in quel periodo aveva una popolazione 15 volte superiore a quella di oggi in Afghanistan, nessun altro paese ha mai prodotto narcotici a un livello tale”. L’analisi del documento, presentato ieri a Kabul, evidenzia come il livello di produzione dello stupefacente nel paese asiatico prescinda dalla povertà. “Nel Centro-Nord, area tra le più povere del mondo, la produzione è diminuita. Nel corso di un solo anno le province libere dall’oppio sono più che raddoppiate, passando da 6 a 13. Nella provincia di Balkh 7.200 ettari di coltivazione sono stati addirittura azzerati. Altre province dovrebbero essere incoraggiate a seguire l’esempio di questa regione il cui successo si basa sul funzionamento dello stato e sugli incentivi allo sviluppo, che hanno convinto i coltivatori ad abbandonare l’oppio – ha spiegato Costa -. Nel Sud-Est del paese, a dispetto di una situazione economica relativamente buona, la coltivazione è invece esplosa a livelli senza precedenti: circa il 70 % di tutto l’oppio prodotto in Afghanistan proviene dalle 5 province che confinano con il Pakistan. Nella sola provincia di Hilmand se ne produce il 50%. Con i suoi 2,5 milioni di abitanti, questa provincia è la principale fonte mondiale di droghe illecite, superando la produzione di paesi come la Colombia (coca), il Marocco (cannabis), il Myanmar (oppio). Paesi che hanno una popolazione 20 volte maggiore”. Secondo il rapporto la produzione della sostanza è sempre più gestita dai guerriglieri. I Talebani controllano ampi territori delle province di Hilmand, Kandahar e lungo tutto il confine con il Pakistan, ostacolando il lavoro delle autorità nazionali e della comunità internazionale. Tra il 1996 e il 2000 le aree controllate dai Talebani produssero 15.000 tonnellate di oppio: l’unica risorsa che il regime esportava. Nel 2000, il Mullah Omar – leader talebano – bandì la coltivazione di oppio – ma non l’esportazione – poiché contro l’Islam. Oggi i Talebani hanno cambiato nuovamente posizione e con l’oppio possono comprare armi e pagare i guerriglieri. Per Costa “il problema non può essere risolto solamente attraverso misure contro i narcotici. Né può chi combatte la guerriglia sottovalutare l’economia della droga e i finanziamenti che ne derivano al terrorismo. Abbiamo di fronte una crescente minaccia, a dispetto della presenza di militari stranieri e degli ingenti investimenti finanziari e politici. Ma assistiamo anche agli incoraggianti sviluppi nel Nord-Est. Per tutte queste ragioni sollecito il governo afgano e la comunità internazionale ad attuare immediati interventi in linea con Strategia nazionale afgana contro la droga. In primis maggiore sostegno a chi abbandona la coltivazione di oppio. I vari fondi di assistenza sono neutralizzati dalla corruzione, dalla burocrazia e dalla competizioni tra i ministeri. I futuri aiuti finanziari devono essere mirati, erogati velocemente, e seguire questa clausola: aiuti a chi si impegna a non produrre oppio”.