Sicurezza Alimentare: è il Grana contaminato protagonista sui social

Samanta Sarti

Perquisizioni a tappeto da parte dei Nas, una trentina di indagati, cinque caseifici bresciani nel mirino e 4 mila forme di Grana Padano “contaminato” sequestrate. Questo bollettino di guerra, che coinvolge un prodotto caseario d’eccellenza, ha generato un’eco online molto importante: le azioni di engagement da parte degli internauti italiani hanno raggiunto quota 38.000 e continuano a crescere (fonte dati: Data Web, Gruppo Data Stampa). Il latte con cui il formaggio veniva prodotto contiene una quantità di aflatossine del “gruppo B1”, ossia riconosciute come cancerogene per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, da 5 a 160 volte superiore rispetto ai parametri stabiliti dalla legge. Una trentina gli indagati, tra piccoli allevatori e responsabili di stabilimenti caseari: su costoro grava l’accusa di aver insabbiato o addirittura manipolato i dati per non distruggere il latte contaminato, contravvenendo alle imposizioni della normativa.

Le proteste degli agricoltori siciliani, scesi in piazza al grido di “Stop a import selvaggio”, grazie alla Rete si sono diffuse velocemente in tutta Italia e hanno raccolto oltre di 20.000 azioni di engagement. Motivo del contendere, il pomodoro proveniente dal nord Africa, soprattutto dal Marocco che, dopo l’accordo stipulato dall’Unione Europea, pare abbia messo in crisi le aziende siciliane e in pericolo molti posti di lavoro. “Riteniamo che si debba correre ai ripari pianificando nuove strategie per la valorizzazione del made in Sicily”, sostengono Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano, presenti alla manifestazione, rispettivamente presidente e segretario generale dell’Anci Sicilia. Tra le richieste dei manifestanti: le norme di salvaguardia degli accordi euro-mediterranei; la moratoria dell’importazione dei prodotti agricoli extracomunitari in attesa di una rivisitazione degli attuali accordi con i paesi extraeuropei, l’attivazione di misure anticrisi immediate e di medio termine attraverso una preventiva e forte contrattazione con l’Ue e il riconoscimento dello stato di crisi.

L’allerta in merito ai preoccupanti livelli di antibiotici presenti nella carne di pollo è scattato in seguito alla pubblicazione, da parte del Ministero della Salute, di uno studio intitolato “Relazione sulla resistenza agli antimicrobici dei batteri zoonotici e commensali – anno 2014 – settore avicolo”. Una “situazione alquanto allarmante” secondo il parere fornito, a Novembre dello scorso anno dalla Federazione nazionale degli Ordini veterinari italiani (Fnovi). In Rete, la notizia, ha iniziato a diffondersi la prima settimana di Marzo, ma solo negli ultimi giorni i picchi di engagement stanno salendo in modo considerevole (oltre 18.000). Quali cause spingono gli allevatori a imbottire di antibiotici gli animali da allevamento? La risposta, senza troppi giri di parole, arriva da Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus: “l’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti di polli è necessario perché le difese immunitarie degli animali sono estremamente ridotte dalla selezione genetica e dalle condizioni di allevamento, tra cui le altissime densità. Il miglioramento delle condizioni ambientali da solo non basta a risolvere questo problema: solo lavorando anche sugli aspetti di selezione delle razze e sulla riduzione delle densità sarà possibile ridurre l’uso di antibiotici e tenere sotto controllo il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che attualmente rappresenta una vera e propria minaccia per la salute pubblica”.