GdF: fabbrica di griffe false scoperta nel napoletano

leonardo Ricci

Un vero e proprio “complesso industriale del falso” di oltre 500 metri quadri, completamente abusivo, destinato alla fabbricazione di tessuti e pellami con i marchi contraffatti di alcune tra le più note case di moda italiane ed estere quali “Louis Vuitton”, “Gucci”, “Alviero Martini” e “Fendi”, è stato individuato e sequestrato a Somma Vesuviana (NA) dai finanzieri del Comando Provinciale di Napoli che, nella medesima operazione, hanno arrestato 4 responsabili colti in flagranza di reato.

Sull’esistenza dell’opificio clandestino era già qualche tempo che i militari della Guardia di Finanza avevano raccolto informazioni attendibili che, una volta scattato il blitz, si sono rivelate assolutamente fondate.

Ed è stato così che 30 finanzieri hanno fatto irruzione nel capannone alle prime luci del’alba, sorprendendo i quattro responsabili proprio mentre erano intenti al funzionamento delle macchine con le quali stavano “riproducendo” i preziosi pellami e tessuti, da impiegare poi per la fabbricazione di borse e altri accessori di moda dalle griffe più prestigiose.

All’interno della stessa fabbrica ha peraltro colpito il livello delle macchine (7 in tutto), impiegate per la stampa delle stesse griffe su pellami e tessuti; un livello grazie al quale si poteva ottenere un prodotto di ottima fattura e che avrebbe trovato sicuro mercato, magari anche attraverso l’appoggio garantito da negozi compiacenti.

Contestualmente al sequestro del locale i finanzieri partenopei sono riusciti a risalire anche all’esistenza di due depositi-satellite, siti in luoghi ben camuffati nel quartiere partenopeo di Secondigliano, all’interno dei quali sono stati rinvenuti tessuti e accessori vari (sempre con marchi contraffatti) pronti per la distribuzione sul mercato del falso, anche se la qualità dei materiali impiegati, nonché il grado di accuratezza con i quali erano stati lavorati, lasciano intuire che si trattava di prodotti destinati a una clientela piuttosto esigente.

Degno di nota è anche il fatto che uno dei quattro arrestati, ritenuto dagli inquirenti come il “dominus” dell’organizzazione, era latitante da due anni in quanto già condannato dal Tribunale di L’Aquila che gli aveva inflitto una pena detentiva a 7 anni e 5 mesi di reclusione.