GdF: operazione anti ‘ndrangheta, 47 arresti

leonardo Ricci

500 militari della Guardia di Finanza sono stati impegnati nell’operazione “Araba Fenice”, nel corso della quale 47 persone sono finite agli arresti (tra cui professionisti e imprenditori a vario titolo collegati alle locali cosche di ‘ndrangheta), mentre 45 immobili, 14 società e beni per un valore complessivo di circa 90 milioni di euro sono finiti sotto sequestro.

L’operazione, avviata dai finanzieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, coadiuvati da quelli dello SCICO di Roma, ha interessato tutto il territorio nazionale ed ha visto l’esecuzione di ben 90 perquisizioni domiciliari nonché la denuncia a piede libero di altre 17 persone.

Gli odierni provvedimenti di arresto, emessi dai magistrati del Tribunale di Reggio Calabria, hanno colpito i componenti di un “gruppo criminale misto” all’interno del quale compartecipavano diverse cosche ‘ndranghetiste reggine come quelle dei Ficara-Latella, Rosmini, Fontana-Saraceno, Ficareddi, Condello e Nicolò-Serraino.

Secondo gli inquirenti lo stesso gruppo criminale era particolarmente attivo nella realizzazione e gestione di opere di edilizia privata, anche se non disdegnava altre e numerose forme di reato come l’associazione per delinquere di stampo mafioso, l’intestazione fittizia di beni, l’abusivo esercizio dell’attività finanziaria, l’utilizzo ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, il favoreggiamento, il peculato, la corruzione, l’illecita concorrenza e l’estorsione, ovviamente tutti praticati con modalità mafiose.

Le indagini delle fiamme gialle reggine, infatti, hanno messo in luce gli stretti legami esistenti tra noti imprenditori reggini e le famiglie di ‘ndrangheta egemoni su quel territorio; legami attraverso i quali spartirsi gli appalti per la realizzazione di opere pubbliche, il tutto in un vorticoso giro d’affari plurimilionario nel quale le “carte” venivano messe a posto attraverso il sistematico ricorso di fatture emesse per operazioni inesistenti.

Senza creare troppo allarme sociale, questa forma di “imprenditoria ‘ndranghetista” aveva così creato un nuovo modo di imporre la propria volontà mafiosa attraverso la capillare infiltrazione nell’economia legale, anche se in tutto ciò era guidata dal fattivo contributo di professionisti disonesti che con la ‘ndrangheta stessa si sono certamente arricchiti falsando al contempo il libero mercato e la leale concorrenza tra imprese.