Protetto sotto la maestosa vetta innevata dell’Annapurna vive un popolo sferzato dal vento e temprato dal gelo. Un popolo di pastori e di guerrieri che dal cuore profondo dell’Asia è riuscito a conquistarsi il rispetto della Corona britannica prima e divenire uno dei corpi di élite dell’Alleanza Atlantica poi. I Gurung sono una popolazione tibeto – mongola, dedita alla pastorizia e alla coltivazione di mais, senape e patate. Padroni di una terra ostica, vivono tra impetuosi corsi d’acqua e verdi alture che si estendono ai piedi della dimora delle nevi: l’Himalaya.
Il mondo occidentale ha conosciuto la determinazione e il furore di questo popolo delle montagne quando, durante la guerra anglo – nepalese, furono i gurkha a mantenere intatta l’indipendenza del proprio regno, riconosciuta dal successivo Trattato di Sugauli. La Corona britannica, rapita dalla caparbietà di questi combattenti – la regina Vittoria li chiamerà: “i miei piccoli orientali così prodi e fedeli” – decise di accorparli nei propri ranghi, rendendoli uno dei principali corpi speciali dell’esercito britannico.
Il reggimento ha servito Sua Maestà lungo il corso dei secoli, distinguendosi non solo per la propria temerarietà e lealtà, ma anche per le proprie capacità belliche, venendo riconosciuto come uno dei migliori corpi di fanteria del mondo. Nonostante gli estenuanti addestramenti e le durissime prove di selezione, il reggimento riceve ogni anno circa 1.700 richieste di adesione, ma sono solo 200 gli arditi che riescono a conquistarsi il tradizionale khukuri, ovvero il coltello ricurvo segno distintivo e simbolo di appartenenza al corpo.
La tradizione vuole che il khukuri possegga un profondo valore simbolico: la leggenda narra, infatti, che il celebre pugnale sia stato donato a Bappa Rawal, capostipite del popolo gurkha, dal santo guerriero Guru Gorkhanath, consacrando in questo modo lo spirito del popolo delle montagne al combattimento. Il khukuri, simbolo escatologico del destino gurkha, incarna l’onore e l’audacia del guerriero che ne diviene il possessore. Vi è, a tal proposito, un antico detto nepalese che intima al detentore di non rinfoderare mai il coltello a meno che esso non sia stato bagnato dal sangue, il proprio o quello del nemico.
Le gesta di questi antichi pastori dell’Himalaya hanno visto riconoscersi innumerevoli onori, tra cui tredici Victoria cross, ovvero una delle più prestigiose onorificenze dell’Impero britannico. Una di queste appartiene al sergente Dipprasad Pun, il quale, durante un’operazione militare in Afghanistan, si è contraddistinto per un’azione bellica di inestimabile coraggio.
Durante la notte del 17 settembre 2010 il sergente Pun, mentre presidiava il check point di Babaji nella provincia di Helmand, è riuscito – da solo – a tenere testa un’incursione di una cinquantina di talebani pronti a portare a termine un attentato dinamitardo. Il sergente, che pattugliava la zona dal tetto della costruzione con una mitragliatrice, accorgendosi di rumori sospetti tra le tenebre e non avendo possibilità di richiedere aiuto, decise di tenere fede al motto dei gurkha: “kaatar hunnu bhanda marnu ramro” (meglio morire piuttosto che essere dei codardi). Lo scontro durò all’incirca quindici minuti: il gurkha, sparando più di 400 colpi e oltre 17 granate, è riuscito, incredibilmente, a resistere alla raffica di proiettili sparati dagli AK – 47 avversari, neutralizzando tra i venti e i trenta talebani. Pun, discendente di una famiglia di lunga tradizione militare – il padre e il nonno furono, infatti, anch’essi gurkha dell’esercito britannico – commentando l’onorificenza consegnatagli dalla Regina Elisabetta II, dichiarò: “quella notte non ebbi paura, non c’erano alternative, si poteva solo combattere. Mi accorsi che non avevo vie d’uscita, ero accerchiato e cosciente della certezza della mia morte. Decisi allora che avrei venduto cara la pelle prima di morire, uccidendone il maggior numero possibile”.
Questo corpo leggendario continua ad essere impegnato nei più importanti teatri di guerra tenendo fede alle proprie tre parole d’ordine: disciplina, coraggio, temerarietà. Presenti in quasi tutti i principali conflitti in cui l’esercito britannico è sceso in campo, dalla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda, passando per le Falkland, il Kosovo, l’Iraq e l’Afghanistan, il reggimento gurkha ha dato costantemente prova di sé, meritandosi quando affermato dal maresciallo Sam Manekshaw: “se un uomo dice di non aver paura della morte vi sono solo due opzioni: o sta mentendo oppure è un gurkha.”





