La parresia, il coraggio della verità

Lorenzo Della Corte

La campagna elettorale più breve della storia repubblicana è appena terminata e, con lei, è venuto meno quel bagaglio di programmi, promesse, idee che hanno dominato il mondo dell’informazione nell’ultimo mese e mezzo. Ascoltando i leader di partito, i candidati al Parlamento e commentando le varie e plurime dichiarazione, una domanda è sorta spontanea: chi dice la verità, o, più precisamente, cos’è la verità e chi vuole realmente farci i conti.

La ricerca della verità è ossessione e perdizione dell’essere umano da tempo immemore ed esiste una virtù antica, che vide la propria fioritura in età classica, denominata parresia.

La parresia, dal greco παρρησία «libertà di dire tutto», è una virtù civile che definisce il parlar franco, il diritto-dovere di dire la verità indipendentemente dalle ripercussioni che tale azione potrebbe provocare. Il parresiasta agisce in coscienza, egli è presente a sé stesso e alle possibili conseguenze che potrebbero presentarsi parlando in maniera esplicita. Nonostante il pericolo, egli sceglie la via del vero ritenendo un dovere morale – inderogabile – la critica e la resistenza ad un potere che va discostandosi dalla retta condotta.

Fu Michel Foucault, attento e scrupoloso studioso del potere, tra il 1983 e il 1984 a riaccendere i riflettori sul tema tenendo una serie di corsi e seminari presso l’Università di Berkley e il Collège de France. L’archeologo dei saperi francese si espresse così: «La parresia è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo, un certo tipo di relazione con sé stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o critica di altre persone) e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la parresia è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità e rischia la propria vita, perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o sé stesso) a vivere meglio. Nella parresia il parlante fa uso della sua libertà e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale».

Il parresiasta è, dunque, la persona che si estranea dal clamore della folla, non rimane sedotta dal brusio della vulgata dominante, ma, cercando incessantemente il cristallino al di là dei discorsi preconfezionati, oltrepassa la superfice, lacera il velo di maya. Egli è conscio della propria posizione di subalternità, è in questa dinamica di soggezione che si avvalora il gesto: ricercare e pronunciare il vero nonostante il pericolo, nonostante la possibile sanzione dell’autorità. La parresia non riguarda il becero pettegolezzo, non è un discorso pro domo sua; è un’interpellanza rivolta al potere in difesa della giustizia, una critica che ammonisce e indirizza, ritenendo tale azione un imperativo morale imprescindibile e non ponderabile: la verità non può essere frutto di un compromesso, essa esiste in sé stessa o non esiste. Il parresiasta è interprete di un messaggio che non cerca consensi, non teme la maggioranza e i suoi pregiudizi, non utilizza artifici retorici per edulcorare il proprio discorso, quel che egli dice basta a sé stesso, è valore in sé.

La ricerca della verità non è, però, un’analisi che si rivolge solo all’esterno, come bene ha sottolineato il filosofo Galimberti, «qui la critica diventa “autocritica”, capacità di dire la verità a sé stessi, di scandagliare la propria ombra, le cantine della propria anima, in linea con il messaggio dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Forse tutte le pratiche psicoanalitiche, con la complicazione dei loro linguaggi, non hanno ancora raggiunto la semplicità di questo messaggio a cui ci conduce il buon uso della parresia: dire a sé stessi, almeno a sé stessi, la verità.»

La forza del parresiasta sgorga dal chirurgico studio della propria interiorità, egli indaga dentro di sé: si interroga e accetta in prima persona il peso del vero ed è grazie a questa perizia antecedente che il parresiasta trova il coraggio di camminare a testa alta ed esporsi in prima persona. Citando nuovamente Foucault, «se c’è una specie di “prova” della sincerità del parresiastes, essa sta nel suo coraggio. Il fatto che un parlante dica qualcosa di pericoloso – qualcosa di differente da ciò che la maggioranza crede – è una forte indicazione del fatto che egli è un parresiastes.»

Considerati gli sconfortanti dati sull’affluenza elettorale e il profondo solco che sempre più distanzia la classe politica dalla società civile, interrogarsi sul valore della critica e del problematico potrà, forse, ricucire lo strappo che affligge la nostra democrazia. Perché, come ebbe modo di scrivere Pancrazi sulle colonne de La Nuova Europa, la verità (o quella che a noi sembri la verità) va sempre difesa, purché «sia sempre una verità accompagnata da tutte le sue sfumature, le sue ombre; e anche le sue incertezze e i suoi dubbi».