La resa di Azovstal, tra diplomazia e propaganda

Lorenzo Della Corte

Azovstal è caduta e gli uomini del reggimento Azov sono stati presi in consegna dalle autorità russe. La resa dell’acciaieria di Mariupol apre nuove prospettive sul conflitto in corso. Infatti, dopo una prolungata chiusura, il presidente Zelensky ha rilanciato la via diplomatica come soluzione del conflitto scoppiato il 24 febbraio scorso.

«La vittoria sarà difficile e sanguinosa, ma la conclusione è racchiusa nella diplomazia, ne sono sicuro», il presidente Zelensky ha poi proseguito: «i negoziati con la Russia sono possibili, in quanto è stata rispettata la condizione posta e le vite dei difensori di Mariupol sono state preservate».

Il presidente ucraino, insieme alla moglie Olena, ha ribadito, durante un’intervista rilasciata all’emittente televisiva ucraina Ictv, il valore identitario che la resistenza degli uomini del battaglione Azov ha rappresentato e rappresenta per il popolo ucraino e, proprio per questo motivo, ha posto come condizione per poter riaprire i negoziati quella di «salvare la vita dei difensori di Mariupol».

Dello stesso tenore è stato il commento del consigliere della presidenza Ucraina Mykhailo Podolyak che ha paragonato la difesa dell’acciaieria al disperato coraggio degli spartani di re Leonida contro l’avanzata delle truppe persiane: «83 giorni di difesa di Mariupol passeranno alla storia come le Termopili del XXI secolo. I difensori di Azovstal hanno rovinato il piano di occupare l’est, hanno incassato i colpi, dimostrando la loro vera capacità di combattimento. Questo ha completamente cambiato il corso della guerra».

La resa di Mariupol apre un nuovo scenario che potrà condurre ad un possibile negoziato tra le parti solamente se la propaganda non riuscirà a sostituirsi alla diplomazia. I vinti dell’Azovstal, infatti, hanno un immenso valore simbolico per entrambi gli schieramenti: se per Kiev rappresentano i martiri dell’Ucraina, al contrario per Mosca i soldati del battaglione Azov sono il casus belli che ha condotto alla cosiddetta “Operazione Speciale”. A testimonianza di questo, i riferimenti alla simbologia nazionalsocialista tatuati suoi corpi dei reduci ucraini sono stati utilizzati come elemento probante della necessità di denazificare l’Ucraina.

Il lungo cammino verso la pace, dunque, si gioca sulla vita dei superstiti dell’Azovstal. Il governo ucraino, difatti, si trova in profonda difficoltà non essendo riuscito a trarre in salvo i propri uomini né tantomeno per essere stato in grado di attuare una strategia di soccorso che portasse alla difesa dell’acciaieria. Pertanto, la sconfitta di Mariupol è un sacrificio che l’ala più intransigente dell’esercito ucraino non lascerà correre a cuor leggero.

Come già sostenuto da Lucio Caracciolo durante uno dei suoi consueti interventi televisivi, il presidente Zelensky si trova in una difficile situazione dovuta a «una tensione molto forte tra i comandanti e alcuni combattenti di Azov che si sentono abbandonati dal governo», arrivando, secondo il direttore di Limes, addirittura a minacciare di possibili rappresaglie il governo di Kiev.

Per la prima volta il presidente Zelensky si trova nella spinosa condizione di dover mediare tra due opposte visioni del conflitto: da un lato è pungolato dalla ferrea volontà di alcuni suoi comandanti di vendicare la caduta di Mariupol e, soprattutto, salvare gli uomini dell’Azovstal; dall’altro, invece, ci sono i partner europei e parte del popolo ucraino che, in nome della pace, sarebbero pronti a negoziare anche una parziale ridistribuzione di territorio, pur di far cessare il fragore delle armi.