In un ecosistema digitale dove i confini tra casa e ufficio si sono dissolti, il vecchio concetto di “perimetro aziendale” è ormai un reperto archeologico. Oggi, la sicurezza non si costruisce più alzando mura, ma dubitando di chiunque si presenti alla porta — anche se ha le chiavi giuste. L’adozione di una strategia Zero Trust rappresenta quindi un cambiamento profondo nel modo di concepire la protezione dei dati.
Il Dogma dello Zero Trust: Verificare Sempre
Il modello Zero Trust parte da un presupposto radicale: nessuno — che sia un utente, un dispositivo o un’applicazione — deve essere considerato affidabile per impostazione predefinita, nemmeno quando opera all’interno della rete aziendale. Nel 2026, la fiducia non è più un “pass” permanente, ma una condizione che deve essere verificata continuamente.
Ogni singola richiesta di accesso viene valutata in modo contestuale considerando:
- L’identità dell’utente: Chi sta richiedendo l’accesso?
- Lo stato del dispositivo: Da quale hardware proviene la richiesta?
- Il contesto: In quali condizioni e verso quale risorsa specifica si sta muovendo l’utente?
L’obiettivo è chirurgico: ridurre il raggio d’azione di un eventuale attacco e limitare i movimenti laterali che permetterebbero a un intruso di compromettere l’intera infrastruttura IT. Per ottenere questo risultato, il modello si basa su principi quali il privilegio minimo, la segmentazione delle reti e una visibilità totale sugli ambienti ibridi.
L’AI e il “Machine Time”
Se la cybersecurity vi sembrava complessa, l’intelligenza artificiale generativa ha appena aggiunto un carico da undici. L’AI sta rendendo il phishing mirato, il social engineering e la ricognizione delle infrastrutture incredibilmente veloci, semplici e scalabili. Operiamo ormai in quello che gli esperti definiscono “machine time”: gli attacchi si adattano a una velocità tale che i processi manuali tradizionali risultano del tutto insufficienti. In questo scenario, l’autenticazione continua e le autorizzazioni adattive diventano l’unica vera rete di sicurezza contro credenziali sottratte o errori umani.
Resilienza: Oltre la Prevenzione
Per le aziende, e in particolare per le PMI, accettare che la compromissione sia una possibilità reale — e non solo una trama da film — è il primo passo verso la maturità. La prevenzione, per quanto robusta, non basta più. Una strategia di cyber resilience moderna deve dare per scontato che un incidente possa verificarsi.
Questo richiede una gestione rigorosa che includa:
- Identità: Uso diffuso dell’autenticazione multifattore (MFA) e riduzione dei privilegi permanenti.
- Monitoraggio: Capacità di individuare comportamenti anomali su endpoint e servizi cloud in tempo reale.
- Ripristino: I backup restano centrali, ma devono essere isolati e protetti da manomissioni, poiché gli aggressori oggi puntano direttamente a distruggere i sistemi di recupero.
L’Approccio di Acronis: La Fiducia non è Implicita
Secondo Acronis, lo Zero Trust non deve essere interpretato come un singolo prodotto, ma come un framework operativo che allinea identità, monitoraggio e risposta agli incidenti. Il motto è chiaro: “never trust, always verify”.
Invece di affidarsi esclusivamente a difese perimetrali, Acronis integra i controlli di sicurezza direttamente nei processi di backup, ripristino e gestione degli endpoint. In questo modo, la sicurezza diventa parte integrante delle operazioni quotidiane, garantendo non solo la prevenzione, ma la capacità critica di ripristinare rapidamente dati e sistemi in caso di violazione.
A cura di Santiago Pontiroli, Lead TRU Researcher di Acronis.






