Pesano come macigni le parole pronunciate il 20 settembre da Nabila Massrali, portavoce del Presidente Ursula Von der Leyen, per tutti quei cittadini europei che speravano in una svolta per la formazione di una forza militare comunitaria in seguito al precipitoso ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan. Nel briefing quotidiano con la stampa, la Massrali ha, infatti, sedato il dibattito che stava montando sui media europei intorno alla necessità, per il Vecchio continente, di dotarsi di una forza di difesa comune. «Il nostro lavoro attuale» – ha sostenuto la Massrali – «è focalizzato nel sostenere i Paesi membri nella capacità di sviluppo, nel rafforzamento della nostra industria e nel potenziamento del lavoro con i nostri partner», riproponendo, in tal modo, logiche di partenariato e cooperazione che, seppur lodevoli, non presentano una risposta soddisfacente alle domande che la storia sta ponendo innanzi ai leader europei.
Nell’ultimo mese, mentre l’alleato statunitense richiamava in patria i propri uomini, in Europa si è intrapresa una discussione condivisa sull’opportunità di dotarsi non solo di un corpo di pronto intervento comunitario, ma anche della necessaria strutturazione di un concreto esercito europeo. Il dibattito, soprattutto in Italia, ha trovato in Silvio Berlusconi il corifeo di un coro favorevole alla proposta di una difesa comune che dovrà permettere all’Unione Europea di tutelare i propri interessi, in un momento storico in cui le previsioni, che preannunciavano il ritorno degli Stati Uniti nei teatri di interesse europeo, sono venute meno. Il Presidente Berlusconi, rivolgendosi in videoconferenza al bureau del Partito popolare europeo, ha sentenziato che «la dolorosa esperienza dell’Afghanistan ha confermato in modo drammatico che gli Stati Uniti rimangono amici e alleati essenziali, ma non sono più in grado di essere da soli i garanti dell’ordine liberale nel mondo. L’Europa fino a quando non avrà un’unica politica estera, supportata da uno strumento militare europeo forte, unito e credibile non sarà in grado di svolgere nessun ruolo autonomo». La promessa “America is back” pronunciata dal Presidente Biden, prima ancora di esser certo di vincere le elezioni, è ormai un ricordo lontano, un refrain dal sapore novecentesco che non ha trovato corrispondenza nella strategia geopolitica intrapresa dal Pentagono. Il dirottamento verso est degli obiettivi strategici statunitensi ha, come controprova, il recente accordo AUKUS sottoscritto da Washington con gli alleati del pacifico che ha generato non poche frizioni con la Francia, tanto da indurre il Presidente Macron a richiamare i propri ambasciatori dagli USA e dall’Australia.
La ritirata dal teatro afgano, lasciando ai posteri le valutazioni sulla riuscita o meno della ventennale campagna militare, porta con sé, inevitabilmente, un tangibile valore simbolico nonché un innegabile vuoto politico che, come insegnano nelle facoltà di Scienze Politiche di tutto il mondo, verrà immediatamente colmato da nuovi player globali poiché, nell’arena internazionale, non esistono spazi vuoti. Alla luce di questi eventi, che stanno modificando l’ordine unipolare instaurato dalla caduta del muro di Berlino in avanti, il compito dell’Unione Europea diviene quello di anticipare i tempi di un processo che faticosamente sta prendendo corpo ma che non riesce a trovare la chiave risolutiva che possa delineare, prima di tutto, una politica estera comune e, di conseguenza, una linea di difesa condivisa dai 27 Stati membri. Poiché, se è vero che pacta sunt servanda, è altrettanto vero che, prendendo in prestito le parole di Hobbes, “i patti senza la spada sono solo parole e non hanno la forza di assicurare affatto un uomo”.






