La fine della Seconda guerra mondiale, con la sua eredità di macerie e morte, aveva riportato in auge la riflessione sul destino del continente europeo che si ritrovava ad un bivio storico che l’avrebbe condotto o verso un risorgimento morale e politico, in una veste federale, araldo del progresso democratico, oppure l’avrebbe imprigionato ai destini semicoloniali di un continente colmo di nostalgia per le fortune del passato, relegato ad essere, come profetizzato da Nietzsche, nulla più che «un avamposto peninsulare» dell’Asia «che potrebbe anche significare in assoluto “il progresso dell’uomo”», ma si esaurisce nella follia suicida dei propri nazionalismi.
La futura organizzazione degli stati europei era un tema centrale negli ultimi anni della guerra e, soprattutto, fu tema caro all’area liberaldemocratica del Partito d’Azione. L’arcipelago azionista, infatti, fu protagonista di un dibattito colmo di suggestioni, propositi, studi storici e fantasie politiche. Sentore di una sensibilità diffusa al tema europeo fu il volume monografico di Politica Estera, interamente dedicato alla futuribile Federazione Europea all’indomani della resa tedesca. In questo volume, che ha ospitato autorevoli riflessioni del panorama politico italiano, si mise a disposizioni dei lettori della rivista un serio lavoro storico, politico ed economico al fine di definire i contorni del percorso che l’Europa avrebbe dovuto intraprendere dopo l’apocalisse bellica.
Lo studio dell’ipotesi federativa è partito dall’interpretazione sulla crisi di civiltà che colpì l’Europa nel primo dopoguerra e dalla connessione che vi fu tra l’irrazionalismo, il nazionalismo e il successivo sviluppo dei fascismi europei, confrontando le tesi di chi vedeva nella Seconda guerra mondiale una guerra ideologica, rintracciando le sue matrici filosofiche nell’irrazionalismo tedesco e chi, invece, facendo salva la tradizione filosofica tedesca, ha rinvenuto in un contesto politico – economico l’origine del nazionalsocialismo.
L’«europeismo» fu l’idea forza della politica estera liberaldemocratica: l’edificazione di una federazione europea era percepita dall’intellettualità azionista come l’obiettivo principale del dopoguerra, infatti – secondo il conte Sforza – limitando «la eccessiva libertà degli Stati nazionali che gelosi gli uni degli altri, incapaci di vedere i loro stessi interessi, hanno finora frustrato ogni tentativo di fondare e rendere suprema una nuova legge internazionale cui tutti i popoli dovrebbero piegarsi», si sarebbe eliminata «la massima causa di tutti i conflitti». Qualora, al contrario, fosse fallito il progetto federalista, sempre per Sforza, non vi sarebbe stato altro destino per l’Europa se non quello di divenire una specie di «dormiente zona provinciale dove i nuovi potenti verrebbero nel silenzio a curare le loro giovanili crisi di nervi».
Salvatorelli, attraverso un articolo pubblicato nel numero monografico di Politica Estera, ripercorse il «tema storico dell’unità europea» lungo il corso dei secoli e le varie sfumature che tale mythomoteur assunse nelle geo – grafie immaginarie dei sovrani e dei popoli europei, poiché, secondo il direttore de La Nuova Europa, si sarebbe potuto parlare di unità europea solamente dopo aver intrapreso un serio processo storico-politico europeo.
Ecco, dunque, delinearsi la soluzione delle soluzioni per questo nugolo di pensatori liberali: una federazione europea nata dal basso, dove i confini fossero scritti «col lapis invece che con definitivo inchiostro», frutto di un internazionalismo mazziniano che sapesse garantire, per Omodeo: “assoluta eguaglianza di tutti i cittadini europei, giuridica e morale; libera circolazione di uomini, ricchezze e merci, con sole attenuazioni temporanee per impedire violente crisi economiche derivanti da una troppo rapida demolizione delle industrie autarchiche create in troppi paesi d’Europa; contributo alla difesa militare dei singoli Stati federali in proporzione alla popolazione e alla calcolata ricchezza del paese; assoluta tolleranza religiosa e nessun privilegio per nessuna confessione particolare in nessun paese. La forma federale deve coraggiosamente includere la limitazione della sovranità di tutti gli stati consociati.” In linea con il progetto del direttore dell’Acropoli, seppur con qualche correzione, era anche De Ruggiero. Infatti, volendo destatalizzare le nazionalità europee, non intendeva al contempo creare un mastodontico superstato, bensì «un fitto intreccio di rapporti in seno alla società internazionale, che crei una solidarietà di fatto, la quale non potrà non avere, presto o tardi, un adeguato riconoscimento politico». Coscienti dell’impossibilità di una immediata soluzione federale, l’intellighenzia liberaldemocratica partorì diverse ipotesi relative al futuro assetto continentale: dall’Internazionalismo borghese di La Malfa, alla confederazione di Omodeo e alle federazioni parziali di Paggi e Basso, fino all’internazionalismo culturale di De Ruggiero, al federalismo di estrazione anglosassone di Vetrano e al Movimento federale europeo di Spinelli, Colorni e Rossi, perorato, tra gli altri, da Salvatorelli





