«La dignità dell’uomo è intangibile», così sancisce il primo articolo del Grundgesetz, la Legge Fondamentale tedesca. L’intangibilità della dignità umana è un unicuum nel panorama costituzionale europeo ed è il prodotto di una triplice convergenza di eventi e filoni filosofici che hanno ispirato i costituzionalisti tedeschi: da un lato troviamo gli orrori della Seconda guerra mondiale e dall’altro la commistione sia dell’interpretazione cristiana si di quella illuminista sulla natura della dignità umana.
La tutela della dignità umana non è una conquista della modernità, essa affonda le proprie radici nella Roma repubblicana. Il concetto di Dignitas nell’accezione ciceroniana, però, si distingue da quanto interpretato dai contemporanei. Infatti, secondo il più celebre oratore romano, la dignità non era un valore universale, bensì una virtù che eleva l’umanità dallo stato di natura e che contraddistingue gli uomini liberi, unici titolari dell’onere di provvedere alla res publica. La dignità, dunque, non si esplica come un carattere antropologico valido per tutti, bensì come concetto politico che, conquistati meriti e onori, concede ai possessori di tale qualità di amministrare la Repubblica.
Il Cristianesimo ribalterà la concezione classica di dignità, attribuendole, come sostenuto da Paolo Ridola, «un significato più profondo, correlato alla collocazione ed al destino dell’uomo nell’ordine trascendente». Sono proprio i Padri della Chiesa a reinterpretare il concetto di dignità non ritenendola più peculiarità di un’élite ristretta, ma stimandola quale attributo di tutta l’umanità. Non più un privilegio di pochi, ma un’eguale dono per tutti gli esseri umani, senza alcuna distinzione. Questo perché, essendo l’uomo imago Dei, non vi può essere autodeterminazione, essa non è più un privilegio dei soli uomini liberi, bensì diviene una dote, una prerogativa innata nell’animo umano, è l’essenza stessa della natura dell’essere umano.
L’uomo diviene il più degno del creato, in quanto prescelto dal Creatore. Le fondamenta su cui si erge la dignità non sono più politiche, divengono teologiche e l’essere umano non essendo più conquistatore, diviene depositario di questo marchio indelebile di cui può essere solamente custode. Non vi sono meriti per tale dignità, essa è una dote che si riceve ex sola gratia, è un dono non ponderabile, prescinde dalla reputazione, essa è la congiunzione con Dio, in quanto plusvalore che ci permette di esistere al mondo, e, prendendo in prestito le parole di Ridola, ci pone nella condizione di «costruire e di conformare la realtà circostante».
Fu San Tommaso D’Aquino a definire i lineamenti di una nuova prospettiva, pur non volendo abbandonare il tema dell’imago Dei. La filosofia tomista, difatti, si focalizzò maggiormente sulla vis electiva, divenendo il discrimine della dignità dell’uomo. La capacità di discernere tra il bene e il male è frutto dell’intelletto, ovvero il dono che rende l’uomo degno di Dio. La dignità, quindi, deve essere difesa e, come scrisse San Bernardo di Chiaravalle, non ci si può acquietare in essa, ma si deve tendere alla consapevolezza della propria condizione umana.
Il De dignitate hominis (1486) di Pico della Mirandola segnò l’inizio della secolarizzazione della dignità, l’uomo divenne “dio” del proprio mondo, artefice del proprio destino, nonostante questo valore rimanesse ancora concessione di una volontà ultraterrena. Fu Samuel von Pufendorf a recidere definitivamente il legame con la dottrina dell’imago Dei,ritenendo che tutto quel che è attribuito all’uomo, è sottratto a Dio. In questa nuova chiave interpretativa si tagliano i legami con il trascendente e la dignità è calata nella realtà, diviene processo empirico, è un progresso della ragione.
Debitore e innovatore di questo filone di pensiero fu Immanuel Kant che, superato il valore teleologico della dignità, la innalzò nuovamente attribuendole un valore intrinseco: la Würde non è più riconducibile a Dio, né tantomeno all’autodeterminazione dell’individuo, essa è un valore in sé stessa, spes sibi quisque. La Menschenwürde diviene così un argine alla reificazione dell’umanità, l’uomo non è degno di per sé, egli è degno in quanto parte di una dignità superiore che abbraccia l’intera umanità. La Würde non può essere misurata, né tantomeno bilanciata, essa è fine a sé stessa e si concretizza nell’imperativo categorico: «agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo».
Tornando al primo articolo della Legge Fondamentale tedesca, è possibile ribadire che tale principio è figlio di questi due filoni filosofici che, pur partendo da assunti opposti, si concretizzano nell’assolutizzazione della dignità. Tale principio etico non si esaurisce in una situazione meramente individuale, bensì tende e si esplica attraverso una disciplina oggettiva. La Menschenwürde è il Sole del Grundgesetz: la conforma, la indirizza, la protegge, illumina l’intero ordinamento costituzionale con il proprio sacro fuoco.
La dignità è, dunque, intangibile poiché essenza stessa della Legge Fondamentale e non dovrebbe essere soggetta a bilanciamento o ponderazione poiché non conosce altri limiti se non quelli che essa si pone da sé. Dare un prezzo alla dignità, quantificarla e sottoporla ad un bilanciamento è un depauperamento della stessa poiché, citando i Cantos di Ezra Pound, «il tempio è sacro perché non è in vendita.»





