‘Ndrangheta, troppi boss ai domiciliari

Paola Fusco

"Le organizzazioni criminali hanno affinato le tecniche per sottrarsi alla custodia in carcere", e la questione è allarmante perché "l’accesso al regime degli arresti domiciliari dei detenuti per mafia, oltre i limitatissimi casi di effettiva incompatibilità con il regime carcerario (e anche in tali casi dovrebbero essere attivati adeguati sistemi di controllo che riducano al minimo i rischi), ha ricadute devastanti sull’ordine e la sicurezza pubblica, sulle esigenze di prevenzione, sui procedimenti penali in corso e sulla stessa complessiva attività di contrasto alla criminalità organizzata". E’ quanto ha affermato Maria Vittoria De Simone, magistrato della Direzione nazionale antimafia, coordinatrice per il distretto di Catanzaro, a proposito di un’interrogazione parlamentare presentata nei giorni scorsi dal gruppo del Pd alla Camera. L’interrogazione riguardava "le frequenti concessioni degli arresti domiciliari, successivamente revocati dalla Corte di Cassazione, a esponenti della ‘ndrangheta in Calabria" e segnalava l’"inquietante fenomeno" della concessione degli arresti domiciliari ad affiliati alla ‘ndrangheta in maniera "significativamente superiore, dal punto di vista statistico, rispetto a quanto avviene in altre realtà". De Simone spiega che "la normativa in materia di misure cautelari per delitti di particolare allarme sociale, come quelli di mafia, è estremamente rigorosa. Le esigenze cautelari sono presunte, e possono essere soddisfatte unicamente con la custodia cautelare in carcere. Dal dettato normativo – aggiunge il magistrato – si evince dunque che la permanenza di tali esigenze, pur se attenuate, impone sempre il mantenimento della misura coercitiva piu’ grave della custodia in carcere. La presunzione di pericolosita’ e la conseguente obbligatoria previsione della custodia in carcere sono ostativi all’ adozione o sostituzione con una misura coercitiva meno grave, come ad esempio gli arresti domiciliari. A fronte di questa rigida disciplina, – spiega De Simone – l’unica condizione per accedere ai domiciliari è l’incompatibilità delle condizioni di salute con il regime carcerario". Di qui i vari escamotage che gli affiliati alla criminalita’ organizzata adottano. "Le situazioni che piu’ frequentemente ricorrono sono le condizioni di salute inesistenti o simulate – ha spiegato ancora De Simone -, mentre piu’ raramente capitano condizioni di salute reali ma volontariamente create dal detenuto per sottrarsi alla detenzione". "Nei casi segnalati dall’interrogazione parlamentare, la valutazione della sussistenza di una incompatibilita’ con il regime carcerario richiede, proprio perche’ incide sulle esigenze cautelari poste a fondamento della misura applicata a soggetti appartenenti a organizzazioni di stampo mafioso, un accertamento rigoroso, basato su esami diagnostici e terapeutici affidabili che tengano conto: della diffusa pratica della simulazione emersa dalla esperienza giudiziaria, delle ipotesi di collusioni o compiacenze del perito, e di un possibile apprezzamento errato, frutto di valutazioni superficiali o scorrette. In contesti ad altissima densita’ criminale come la Calabria – dice la componente della Dna -, dove le cosche ‘ndranghetiste godono di ampie coperture e sono diffusamente infiltrate nel tessuto sociale, il rischio c’è". De Simone segnala quindi la necessità di "approfonditi accertamenti peritali, il che implica una elevata affidabilita’ del perito (sarebbero preferibili perizie collegiali affidate a soggetti totalmente estranei al contesto ambientale); valutazione critica degli esiti peritali verificati, nei casi dubbi, attraverso il confronto con un altro esame peritale; verifica della idoneita’ delle strutture sanitarie penitenziarie e, solo in caso di inidoneita’, utilizzo di strutture esterne, preferibilmente pubbliche. Con riferimento alla concessione degli arresti domiciliari presso l’abitazione, comunque, e’ del tutto evidente che mai o quasi mai puo’ essere ritenuta piu’ idonea l’abitazione privata piuttosto che una struttura sanitaria". Secondo il magistrato "l’ingiustificato accesso alle misure alternative al carcere vanifica i risultati investigativi raggiunti con l’ arresto. L’ esperienza giudiziaria ha dimostrato che alcuni soggetti di elevato spessore criminale, nonostante la detenzione, riescono a ispirare, guidare e governare le attivita’ criminose pianificando la commissione di delitti, o impartendo ordini e direttive; di qui l’ esigenza di applicazione del regime del 41 bis. Consentire gli arresti domiciliari, anche in strutture sanitarie esterne, equivale, a consentire il ripristino del controllo e della gestione delle attivita’ illecite. Quanto alle ricadute processuali, – spiega De Simone – e’ nota la capacita’ di intimidazione delle cosche mafiose nei confronti della collettivita’ e l’ aggressivita’ manifestata nei confronti dei testi. E i domiciliari facilitano il controllo sul processo e sui testi, e consentono di intervenire con intimidazioni, poiché stessa presenza del soggetto nel contesto territoriale dove opera la cosca ingenera nella collettivita’ la convinzione che egli goda di assoluta impunita’. E cio’ ha efficacia dissuasiva nei confronti della societa’ civile che non intende sottostare al potere mafioso".