Operazione “Attila”

redazione

La Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri di Caltanisetta hanno eseguito nella notte, 12 ordinanze di custodia cautelare (nr. 11 in carcere, nr. 1 agli arresti domiciliari) emesse dal GIP del Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della locale Procura nei confronti di altrettanti soggetti per associazione per delinquere, finalizzata al reclutamento ed allo sfruttamento della manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi (caporalato), alle estorsioni, al sequestro di persona, alle rapine, alle lesioni aggravate, alle minacce, alla violazione di domicilio, alla violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Uno dei 12 è ancora da ricercare.

Il pericoloso gruppo composto da soggetti di nazionalità pakistana, agendo con metodo paramafioso, aveva assoggettato la comunità di appartenenza, molto ampia a Caltanissetta, sottoponendola ad un regime di vessazione e terrore e sfruttandola professionalmente al fine di assicurare all’associazione continuità nel tempo.

Proprio l’analisi della molteplicità di episodi di violenza riconducibili agli odierni arrestati ha permesso di acclarare l’esistenza di una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata ad imporre la propria egemonia sul territorio, acquisita dal protratto periodo di operatività e rafforzata dal costante ricorso a condotte minatorie e violente di elevatissimo allarme sociale.

Il gruppo, molto coeso e capeggiato da un indiscusso leader, aveva condizionato il settore agricolo dell’entroterra reclutando manodopera pakistana col metodo del caporalato.

Proprio questi caporali pakistani destinavano i loro connazionali al lavoro presso titolari di aziende agricole, in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, accordandosi sull’entità del compenso, che si aggirava sui 25/30 euro al giorno, direttamente con i datori di lavoro e trattenendo per sé una parte o persino la totalità del corrispettivo, già palesemente basso.

Le timide rimostranze avanzate dai lavoratori per ottenere il compenso loro spettante venivano immediatamente represse dai sodali attraverso efferate spedizioni punitive. In questo desolante panorama, si inseriscono anche i titolari delle imprese dove i lavoratori pakistani venivano condotti a lavorare, poiché, dal canto loro, trovavano conveniente rivolgersi ai caporali loro connazionali perché ben consapevoli che nessuna denuncia sarebbe mai potuta intervenire a danneggiarli, proprio in relazione alle condizioni di sfruttamento dei lavoratori.

Ed è proprio in tale contesto criminoso che è maturato l’omicidio del pakistano SIDDIQUE Adnan avvenuto la sera del 3.6.2020, che si era ribellato, denunciando i suoi caporali.

Per tale delitto vennero tratti in arresto ben sei dei soggetti colpiti dall’odierna misura cautelare.

Già prima dell’omicidio la banda aveva commesso numerosi episodi di violenza in territorio nisseno, con un escalation di violenza davvero impressionante.

In un altro episodio un cittadino nigeriano fu aggredito e malmenato a colpi di bastone e spranghe di ferro per il sol fatto di aver chiesto il corrispettivo dell’attività di bracciante agricolo svolto per loro conto, riportando ferite guaribili in 20 giorni.

In un altro episodio il leader aveva tentato di estorcere ad un pakistano la somma di 300euro, quale ingiusto profitto dell’intermediazione illecita finalizzata al caporalato e con la complicità di alcuni degli odierni arrestati, lo sequestrarono, puntandogli un coltello alla gola, per circa 3 ore intimandogli di chiamare il padre in Pakistan allo scopo di farsi inviare la somma di 5mila euro per ottenere la sua liberazione.

Le indagini, condotte dai poliziotti della Squadra Mobile nissena e dai militari dell’Arma dei Carabinieri hanno fatto luce su molti altri episodi di inaudita violenza posti in essere dal gruppo criminale come ad esempio l’aggressione nei confronti di una donna nigeriana mentre stringeva in braccio il figlio di appena un anno, rapinandola di 200 euro ed una violenta aggressione con calci e pugni al marito della stessa.

Oppure la minaccia e l’aggressione nei confronti di un cittadino mentre passeggiava insieme ad un suo amico cingalese.

Ed ancora, il gruppo aveva costretto un giovane ghanese a commettere un furto presso una casa di campagna sottraendogli  anche 600 euro, denaro che la vittima aveva con sé.

In un altro episodio alcuni degli odierni arrestati e altri non identificati si recarono presso l’abitazione del giovane ghanese armati di bottiglie di vetro, di una pistola e di alcuni coltelli, inveendo contro di lui e minacciandolo che “gliel’avrebbero fatta pagare”: per sua fortuna, la vittima riusciva a darsi alla fuga e a rifugiarsi presso una rivendita ambulante.

Infine, nel dicembre del 2019, quattro dei soggetti armati di pistola e coltelli, fecero irruzione all’interno della comunità denominata “I Girasoli Onlus” e malmenarono due minori ospiti della struttura, “colpevoli” di aver avuto un banale diverbio con un altro minorenne che aveva invocato l’intervento del leader e della sua banda.