Operazione "Bio Bluff": la GdF opera 6 arresti

Ernesto Bruno

E’ certamente eloquente il nome dell’operazione condotta dalla Guardia di Finanza di Cagliari terminata con 16 ordinanze di custodia cautelare (di cui 4 in carcere e 12 ai domiciliari), e con altri 8 provvedimenti di interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, emessi nei confronti di altrettanti responsabili che avevano avviato un vasto giro di false certificazioni “bio” su alimenti da loro commercializzati e di fatture per operazioni inesistenti.

L’operazione delle Fiamme Gialle cagliaritane, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, aveva preso il via da una verifica fiscale che i finanzieri avevano eseguito nei confronti di un’azienda di Capoterra (CA), operante nel settore dell’intermediazione di prodotti cerealicoli derivanti da agricoltura biologica.

Grazie a questi accertamenti i militari hanno così iniziato a delineare le reali attività di un’associazione a delinquere, capace di sfornare un giro di fatture false per oltre 135 milioni di euro.

Il modus operandi escogitato dai responsabili, ancorché piuttosto frequente in questo tipo di frodi, era basato su un sistema “piramidale” creato sulla creazione, in varie regioni italiane, di numerose società “fantasma”, a capo delle quali figurava l’azienda sarda (quest’ultima amministrata da un prestanome ultrasettantenne originario di Imola) ma che, a fronte del suo consistente giro d’affari, si dimostrava soltanto una scatola vuota priva di qualsiasi organizzazione aziendale, di dipendenti, di locali e di mezzi.

Lo scopo reale era infatti quello di realizzare, attraverso la creazione di certificazioni e di documenti fiscali falsi ottenuti da una serie di vere e proprie “scatole cinesi” posizionate lungo tutta la filiera del biologico, un redditizio business illecito consistente nel piazzare sul mercato nazionale ed europeo – a prezzi elevati – prodotti che di biologico non avevano assolutamente nulla, andando così realizzare lucrosi guadagni sulla notevole differenza di prezzo esistente tra i prodotti “bio” e quelli convenzionali.

Lo stesso meccanismo fraudolento, secondo quanto ricostruito dagli investigatori delle Fiamme Gialle, è stato è stato messo a punto sfruttando alcuni punti critici nei meccanismi di certificazione,  con l’inconsapevole contributo degli enti di certificazione e, come accertato in taluni casi, anche con la collaborazione di funzionari infedeli.

Tutto questo consentiva così di moltiplicare artificialmente, attraverso vari passaggi di vendite e acquisti fittizi, il volume virtuale di prodotto biologico disponibile affinché potesse essere sostituito da prodotto ordinario (certamente non classificabile come “bio”), con conseguente aumento del prezzo di vendita al consumo e relativo incremento esponenziale dei ricavi illeciti.

I finanzieri, passando al setaccio il gran volume di carte dell’inchiesta, hanno altresì accertato che la vorticosa fatturazione era stata realizzata a copertura di oltre 100.000 tonnellate di falso prodotto biologico (tra grano, mais, soia e girasole) commercializzato da un network imprenditoriale che a sua volta ruotava 7 società “cartiere”, vale a dire esistenti solo sulla carta, per un’evasione all’IVA quantificata in oltre 5 milioni di euro.