Ramadan in carcere, per il Sappe cella luogo di conversione

red

L’inasprimento delle tensioni in Afghanistan ed in Iraq potrebbe avere risvolti inquietanti anche all’interno delle carceri italiane, considerati da un lato l’altissimo sovraffollamento delle celle e l’altrettanto elevato numero di detenuti stranieri e dall’altro il fatto che oggi nei nostri penitenziari italiani vi sono più detenuti di religione islamici che non cattolici o aderenti ad altri credi. La cella potrebbe diventare il luogo in cui, sempre più spesso, piccoli criminali vengono tentati da membri di organizzazione terroristiche detenuti. Del resto, già nel nostro recente passato le Brigate Rosse avevano inteso le carceri quali luoghi di lotta e proselitismo. Analogo stratagemma potrebbe essere messo in atto oggi da esponenti del terrorismo islamico, i quali cercano così di mimetizzare la propria attività infiltrando propri adepti fedeli e non sospetti, in quanto occidentali.

Ne è convinto Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, il primo e più rappresentativo della Categoria, che spiega: "Da tempo esprimiamo preoccupazioni  per le recenti conversioni, in carcere, di detenuti italiani all’Islam. Per molti diseredati, che a causa delle loro azioni sono stati puniti dalla società in cui vivono e sono nati, può risultare atto di emenda abbracciare un nuovo credo e così avviare una facile via per la costruzione di una nuova identità sociale, favorita dall’idealizzazione di cui viene a godere tale atto: attribuendo al nuovo credo la capacità di riconoscere un valore a tutto ciò che la società di provenienza sanziona. Così, ogni diseredato ben indottrinato può facilmente autoassolversi per il proprio essere deviante per il solo fatto di vedersi riconosciuto un ‘ruolo’ all’interno della nuova società in cui entra abbracciandone il credo e lottando per Allah. E’ già accaduto nel passato: un pregiudicato siciliano, convertitosi all’Islam in carcere dov’era detenuto per reati minori, fece esplodere due bombole di gas nel metrò di Milano (11 maggio 2002) e nei templi della Concordia di Agrigento (5 novembre 2001).

I nostri istituti di pena aggiunge Capece ospitano una popolazione detenuta di origine extracomunitaria estremamente vasta, variegata, rabbiosa e soprattutto sconosciuta: il 40% dei circa 64mila detenuti presenti, percentuale che in alcuni istituti del Nord arriva addirittura a raggiungere l’80% dei presenti. Di pochi di questi detenuti conosciamo i reali collegamenti con l’esterno: non solo, ma questi soggetti fanno della comune situazione di detenzione un valido strumento di predicazione verso i soggetti più deboli e diseredati ristretti con loro. Infatti, per un musulmano è più importante la religione della nazionalità. I musulmani credono di essere legati dalla loro fede comune all’interno di un’unica comunità – la umma – in cui tutti sono ‘fratelli l’uno dell’altro’. Questo spiega quella solidarietà particolare che l’Islam crea, al di là dei limiti di frontiera. Ma i fondamentalisti di tutte le religioni hanno caratteristiche comuni: tutti interpretano i simboli alla lettera. Sono altamente selettivi sui ‘fondamenti’ che scelgono di rispettare e sulle porzioni di modernità da tollerare. Tutti fanno riferimento a testi tradizionali e li usano fuori dal loro contesto. Tutti praticano forme di manicheismo, vedendo se stessi come parte di una battaglia cosmica tra il bene e il male in cui devono trovare gli oppositori e demonizzarli. E’ quindi necessario uno sforzo formativo dell’Amministrazione penitenziaria teso a dare gli strumenti tecnico-cognitivi alla Polizia Penitenziaria per incrementare la propria professionalità, adattando le competenze e i metodi esistenti con nuovi standard operativi, in modo da trattare tali situazioni senza prescindere dalla diverse culture che si incontrano all’interno del carcere. In tali termini la Polizia Penitenziaria può giocare un ruolo di primaria importanza all’interno dell’opera di prevenzione di tali fenomeni dal ‘fronte’ delle carceri."