Storia e critica dell’Opinione pubblica, Jürgen Habermas

Lorenzo Della Corte

Lo studio e l’interpretazione dell’Opinione pubblica è stata, ed è tutt’ora, proficuo argomento di analisi di politologi, filosofi e sociologi. Uno dei principali studiosi della materia è Jürgen Habermas che, nel 1962, pubblicò la propria tesi per l’abilitazione alla cattedra di Filosofia: “Strukturwandel der Öffentlichkeit“. In tale opera il filosofo tedesco si propose di delineare la storia dell’opinione pubblica, utilizzando come termine a quo i circoli letterali inglesi, francesi e tedeschi del XVII – XVIII secolo.

Habermas parte dall’assunto che si possa parlare di opinione pubblica solamente dalla fine del Settecento in poi, poiché egli rintraccia, per la prima volta, nella borghesia inglese e francese un principio di pensiero critico rivolto nei confronti del potere costituito. Il pubblico borghese idealizzato dal filosofo è composto da un’alta borghesia che si distingueva per: razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere. Tali caratteristiche sono indispensabili per Habermas affinché si possa parlare di una reale opinione pubblica. Egli, infatti, reputa “sfera pubblica rappresentativa”, tutto quel che fu antecedente alla nascita di una coscienza critica da parte della classe borghese che viene definita “sfera pubblica borghese”. La sfera pubblica borghese è l’approdo di un lungo cammino, che trova la propria genesi nel principio della Publizität formulato da Kant. Tale principio di pubblicità può essere reputato un “metodo illuministico” per far sorgere ed incrementare la cultura politica attraverso un confronto razionale in un dibattito pubblico. Il confronto, secondo Kant, è condizione imprescindibile per giungere alla razionalità e alla verità.

La Publizität, si badi bene,nonè propria solamente dei dotti, ma è patrimonio comune della società umana, ed essa, come espresso da Habermas, si realizza “nell’uso pubblico che tutti coloro che sanno usarla fanno della ragione”. Dunque, chiunque può essere un “pubblicista” qualora riesca ad esprimere un pensiero logico dinnanzi ad un pubblico illuminato di lettori. Pubblico di lettori che si andava costituendo nel ceto borghese e che Habermas definì: “sfera pubblica letteraria”. È nei salotti borghesi che la discussione si fa opinione attraverso un pensiero che non è più astratto, ma cerca elementi che possano incidere sulla realtà.

È questo momento chiave durante il quale vi è il passaggio fondamentale dalla sfera pubblica letteraria, alla sfera pubblica borghese. È in questo ambiente, i salotti cittadini, che “il pubblico ragionante degli ‹‹uomini›› si costituisce in pubblico dei ‹‹borghesi››, dove ci si informa sugli affari della ‹‹comunità››”.

Habermas ritiene fondamentale questo passaggio intermedio tra la sfera pubblica rappresentativa, in cui il popolo non è altro se non spettatore, e la sfera pubblica borghese. La diffusione dei testi scritti, l’ampliamento dell’orizzonte editoriale, la possibilità di rendere fruibili ai più un sempre maggior numero di libri, ma anche e soprattutto fogli di informazione, diede la possibilità alla classe borghese di riflettere e metabolizzare i testi letti e, grazie a questo processo critico, si crearono le basi per la formazione di una propria opinione, prima in ambiti culturali, letterari e successivamente in ambiti politici. Il concepimento di una propria idea, di una propria opinione porterà la formazione di un’élite intellettuale borghese che possedeva la peculiarità della “pubblica argomentazione razionale”. Caffè e salotti, che erano il teatro della sfera pubblica borghese, si sostituirono alla corte con il passare degli anni. Il nuovo centro di formazione delle idee non era più il salone del sovrano, bensì il salotto di un ricco borghese, oppure le poltrone di un caffè cittadino.

La sfera pubblica borghese però non era certamente ancora aperta a tutti, essa presentava forti limitazioni, era idealmente egualitaria e di libero accesso, ma in concreto era una sfera elitaria che richiedeva come criteri di ammissione: la cultura e la proprietà.

Basandosi sugli assunti dell’economia classica, si prospettava per tutti la possibilità di elevarsi dalle condizioni più umili fino al ceto borghese, l’ascesa era solo questione di volontà, abilità e fortuna. Una volta acquisito lo status di proprietario e quindi di “uomo”, si poteva entrar a fare parte della sfera pubblica borghese, la quale si arrogava il diritto di parlare, lei unica e sola, in nome dell’opinione pubblica, in quanto il fine ultimo di ogni ceto era il trasformarsi in borghesia.

Habermas, quindi, riprende il concetto kantiano secondo il quale soltanto i proprietari possono essere considerati padroni di sé e proprio per questo soltanto loro avrebbero potuto essere considerati degni rappresentanti dell’opinione pubblica, poiché scevri da qualsivoglia legame di sudditanza con altri uomini o con lo stato.