La crisi del Russkij Mir: Onufriy proclama l’indipendenza

Lorenzo Della Corte

Il filo è spezzato, il legame sciolto: Onufriy, metropolita di Kiev, ha proclamato l’indipendenza dal Patriarcato di Mosca dell’ultima costola ucraina.

Al termine del Sinodo straordinario, convocato il 28 maggio scorso per derimere le sorti della comunità di fedeli ucraini ancora legati a Mosca, il Consiglio ha definitivamente denunciato l’operato di Kirill e dichiarato l’indipendenza.

«Esprimiamo il nostro disaccordo con la posizione del patriarca Kirill, di Mosca e di tutta la Russia riguardo alla guerra in Ucraina» e rivendichiamo la «piena indipendenza e autonomia della Chiesa ortodossa ucraina». Questo quanto contenuto nel comunicato rilasciato dal Consiglio presieduto da Onufriy.

Dello stesso tenore è stata la dichiarazione del portavoce della Chiesa di Kiev, l’arcivescovo Kliment, che ha ribadito la propria disapprovazione per l’operato di Kirill: «non solo non è riuscito a condannare l’aggressione militare russa, – ha sostenuto l’arcivescovo – ma non è nemmeno riuscito a trovare parole per il popolo ucraino sofferente».

La rottura con Mosca è il risultato di una lunga serie di eventi che ha visto contrapporsi, fin dal 2014, le due principali comunità del mondo slavo – ortodosso, quello russo e quello ucraino. Infatti, premesso che con l’annessione della Crimea il rapporto tra il Mosca e Kiev si era già incrinato, arrivando alla consegna del tomos dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina da parte del patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli che, sfidando Mosca, nel 2019 ha concesso l’indipendenza alla comunità governata dal metropolita Epifanio, culla della religiosità russa; vi era ancora un nutrito numero di fedeli ucraini che avevano deciso di continuare a guardare ad est, al di là di qualsiasi contrasto politico, rimanendo devoti alla Cattedrale di San Basilio.

Con l’inizio dell’Operazione Speciale anche la chiesa retta da Onufriy ha cominciato a nutrire dubbi sull’opportunità di rimanere legata ad un patriarcato che, avallando le scelte del Cremlino, è venuto meno alla propria vocazione ecumenica, prediligendo le ragioni del nazionalismo russo.

A nulla è servita l’omelia di Gundjaev che, celebrando la memoria di San Cirillo il 24 maggio scorso, ha tentato di rinsaldare i ranghi del proprio gregge, ricordando l’importanza dell’unità di spirito e di volontà del proprio popolo.

«Viviamo in un tempo di grande sofferenza, quando le forze esterne cercano di distruggere l’unità della Chiesa ortodossa russa, e strappare la nostra Chiesa in Ucraina dalla pienezza della Chiesa russa, io prego ogni giorno, affinché il Signore dia la forza ai nostri fratelli che sono così sottoposti a dure prove, che possano conservare la fedeltà.»

Non ancora sanata, dunque, la ferita inflitta nel 2018, la scelta di campo di Onufriy segna un punto di non ritorno per quel che Putin continua ad immaginare come il Russkij Mir

Il mondo russo, che prevede una comunità di fede, storia e sangue, deve fare così i conti con la diaspora di una delle comunità di fedeli più rilevanti per il patriarcato moscovita che, successivamente alla proclamazione dell’indipendenza, rischia di trovarsi ancora più isolato non solo a livello politico, ma anche a livello confessionale, vedendo rafforzata la posizione di Costantinopoli, primus inter pares della pentarchia ortodossa.