Indagine ANRA, Rischi catastrofali: solo il 17% delle aziende adotta misure mirate

redazione

A livello globale, le perdite del settore assicurativo da catastrofi naturali e disastri causati dall’uomo ammontano a 83 miliardi di dollari nel 2020[1]. L’Italia, nonostante la forte esposizione a fenomeni geologici e climatici estremi, fa un uso ancora limitato di strumenti assicurativi specializzati a tutela di privati ed aziende, al punto che il Paese vanta il triste primato del maggior deficit di protezione per le calamità naturali in Europa, con solo il 3,2% delle perdite assicurato (dati Swiss RE).

ANRA, Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali, ha condotto con Università degli Studi di Milano, Università di Parma e Università degli Studi di Firenze una ricerca per fare il punto su questo fenomeno.

ESPOSIZIONE E PERCEZIONE DEI RISCHI

La percezione del rischio, a livello aziendale, in realtà è migliore del previsto: l’indagine ha, infatti, evidenziato che quasi il 62% delle aziende italiane ne ha una buona consapevolezza, ritenendosi esposta a possibili rischi catastrofali. Quattro imprese su dieci, inoltre,si considerano vulnerabili su più fronti, in particolare quelli tipici di un’area idrogeologicamente complessa come terremoti ed alluvioni.

Nonostante la percentuale di aziende che si sono dotate di strumenti per la copertura di questa tipologia di rischi sia in linea con il dato precedente (60%), la quasi totalità di queste (96%) si avvale genericamente di una polizza assicurativa all-risk o multirischio. Tra i rischi coperti, spiccano quelli del ramo property (79%), interruzione di attività (52%) e casuality (34%).

È ancora significante (40%) la percentuale di aziende che non ha mai acquistato alcun tipo di copertura per rischi catastrofali, percependo come trascurabili le conseguenze e i danni eventuali derivanti da eventi atmosferici o idrogeologici estremi. Questo evidenzia come non si prenda ancora abbastanza in considerazione un aspetto che sempre più caratterizza lo scenario dell’Italia: l’aumento degli eventi catastrofici dovuti al cambiamento climatico, che si aggiunge con frequenza crescente all’elevata vulnerabilità data dalla conformazione geologica.

Quando si verificano questi fenomeni, i danni economici sono ingenti: il 22% delle aziende intervistate ha dichiarato di aver subito danni catastrofali che hanno causato una perdita diretta tra i 5 e i 10 milioni di euro (17%) o addirittura superiore ai 50 milioni di euro (10,4%).

A tutela del proprio business, è sempre più necessaria un’attenta analisi dei rischi ed azioni di prevenzione delle perdite con ritenzione del rischio residuo, siti di disaster recovery e piani di continuità operativa: una serie di misure implementate soltanto dal 17% dei rispondenti.

Tra le ragioni che possono incoraggiare o spingere all’uso di prodotti assicurativi per le “catnat”, oltre all’aumento delle catastrofi naturali dettate dal cambiamento climatico, l’indagine rileva la necessità di garantire la continuità aziendale, oltre alla presenza di incentivi o contributi governativi per chi decide di ricorrervi, obblighi normativi e aumento della consapevolezza dell’esposizione al rischio.

CAT BOND: POSSONO ESSERE LA SOLUZIONE?

La ricerca di ANRA, Università degli Studi di Milano, Università di Parma e Università degli Studi di Firenze si è posta l’obiettivo di analizzare, dal punto di vista economico e giuridico, lo strumento dei CAT bond (catastrophe bond), cercando di capire perché tale strumento non è ancora diffuso in Italia come invece accade in altri Paesi. Ricordiamo che i CAT bond sono obbligazioni che svolgono la funzione di trasferire il rischio di un evento catastrofico eccezionale – come un uragano, un terremoto o una pandemia – da un soggetto che li emette ad un altro che viene remunerato per sopportare questo rischio.

Dai dati raccolti, è emerso come uno dei principali problemi sia la scarsa conoscenza di questi strumenti non solo tra le aziende, ma addirittura tra gli operatori del settore assicurativo: fra le società rispondenti attive in tale ambito, la stragrande maggioranza (82%) non è a conoscenza delle caratteristiche dei CAT bond emessi, o dichiara di non poterle divulgare. Quasi la metà degli assicuratori inoltre non ha alcuna familiarità con lo strumento, o lo ritiene complicato da comprendere e di conseguenza da offrire ai clienti.

Ma i CAT bond rappresentano una risposta efficace al bisogno di copertura per i rischi catastrofali delle aziende italiane? Dal punto di vista finanziario, rispetto alle coperture assicurative, essi garantiscono importanti vantaggi economici. Tuttavia, è ancora necessario lavorare sul metodo di determinazione del pricing e sulla sua trasparenza nei confronti delle aziende clienti.

In Italia, inoltre, esistono dei vincoli giuridici che possono giustificare il limite sia alla domanda che all’offerta di obbligazioni CAT come possibile alternativa alle coperture assicurative, e nello specifico l’indagine evidenzia la mancanza di forme contrattuali standard e linee guida che potrebbero facilitarne la diffusione.

È necessario affrontare il tema del livello di copertura assicurativa disponibile nel Paese, e di come mitigare efficacemente i rischi a carico degli imprenditori italiani esposti ad eventi catastrofici. Secondo quanto emerso dalla nostra indagine, i CAT bond possono certamente svolgere un ruolo significativo nel rispondere a questa necessità, ma non in modo così automatico.”, commenta Alessandro De Felice, Presidente ANRA. “Rimangono necessari oneri regolamentari, in modo che il loro utilizzo da parte delle compagnie di assicurazione e riassicurazione possano favorire l’offerta di polizze assicurative con premi inferiori e condizioni più favorevoli. Allo stesso tempo, l’eliminazione di alcuni limiti regolamentari può costituire una misura per incentivare, seppur indirettamente, le coperture assicurative contro i rischi derivanti da eventi catastrofici”.